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Intercettazioni: rischio bavaglio per i giornalisti

- 23 Gennaio 2023
Intercettazioni, rischio bavaglio per i giornalisti

Il segretario generale della Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana), Raffaele Lorusso ha rilasciato alcune impressioni all’indomani delle dichiarazioni del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, sulle voci di una nuova legge sulle intercettazioni: «Quella di imbavagliare i giornalisti è una tentazione che torna ciclicamente. Il cronista ha il dovere di dare notizie che abbiano una rilevanza pubblica e sociale». Lorusso ha colto l’occasione per rammentare al governo i veri problemi del settore, come «le querele bavaglio, con richieste di risarcimento danni milionarie per spaventare i cronisti. C’è una proposta di legge contro questa pratica che viene presentata puntualmente a inizio legislatura e cade nel dimenticatoio», stigmatizzando anche le difficoltà della transizione digitale: «C’è un intero settore che sta facendo la sua transizione digitale cercando di salvaguardare l’occupazione. Parliamo di questo piuttosto», conclude.

Secondo il sottosegretario alla Giustizia,  Delmastro, invece, per contrastare la divulgazione delle intercettazioni: «Bisogna intervenire da una parte con l’Ispettorato generale per verificare che non vi siano fuoriuscite di notizie dalle Procure stesse, dall’altra parte con una norma più stringente, anche sui giornali».

Lorusso ribatte ricordando che «Primo: i giornalisti non fanno intercettazioni. Secondo: il giornalista ha il dovere di dare notizie che abbiano una rilevanza pubblica e sociale. Purtroppo per il governo c’è una giurisprudenza europea che è intervenuta più volte per ribadire che il giornalista esercita il suo ruolo anche quando scrive di notizie coperte da segreto istruttorio. Sono principi a cui devono attenersi tutti i Paesi del Consiglio d’Europa». Secondo il segretario generale Fnsi, per un pezzo di politica «il problema non è tutelare il cittadino comune, ma fare in modo che non si pubblichino notizie su personaggi di serie A. Ma –rileva- il diritto alla riservatezza è inversamente proporzionale alla notorietà, lo scrisse anche il Garante della privacy Stefano Rodotà nel 1996. Poi non per forza comportamenti con una rilevanza pubblica ne hanno una anche penale».

Sullo stesso tema è intervenuto anche il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Carlo Bartoli, manifestando disponibilità al dialogo purché vengano affrontate tutte le criticità della professione e i giornalisti siano dotati di norme aggiornate che consentano una efficace  autoregolamentazione. Sul fronte delle intercettazioni “non servono altre leggi, perché la riforma Orlando, entrata in vigore a settembre 2020, ha dato buona prova di sé”. Ne è convinto Carlo Bartoli che chiarisce: «Nell’uso delle intercettazioni ci possono essere errori, fatti dal magistrato, che inserisce nel fascicolo brani ‘non utili’, e dai giornalisti che non riconoscono necessità di ‘pulire’ i documenti da elementi che non fanno parte della notizia», premette Bartoli. «Noi siamo pronti a fare la nostra parte, purché venga garantita un’effettiva capacità sanzionatoria all’Ordine, che adesso non c’è; l’attività sanzionatoria sia più snella, non priva di regole; venga istituito un Giurì dell’informazione all’interno dell’Ordine che possa intervenire direttamente sui casi più importanti. Chiediamo anche una norma che obblighi gli Ordini a pubblicare le sanzioni». Disponibili al confronto, quindi, «purché però si metta mano anche al resto, alle querele bavaglio, alla tutela del segreto professionale, al diritto all’oblio talvolta applicato in maniera eccessiva e indiscriminata. Sul tavolo va messo tutto questo, non solo la riservatezza. Altrimenti, come direbbe Nordio, il pendolo va solo da una parte».

Il presidente dell’Ordine ha sottolineato, inoltre, la necessità che il giornalismo si doti di un efficace sistema di autoregolamentazione «altrimenti si rischia di sconfinare nell’informazione di regime».  Bartoli ha ricordato che esiste già una legge, la 216 del  2017 che va applicata. «Anche i giornalisti hanno le loro responsabilità ma  questo non giustifica nuove limitazioni». Bartoli ha espresso, infine, soddisfazione per la decisione dell’Agcom di imporre alle grandi piattaforme digitali di versare un quota agli editori a fronte dei servizi resi online.

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