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Reato di rave party

Quando la gioventù diventa l’emergenza di un Paese.

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I rave party sono nati in Inghilterra, per poi svilupparsi velocemente nel resto d’Europa verso la fine
degli anni ottanta. Si tratta di manifestazioni completamente autogestite e non autorizzate che
vedono come protagonista la musica, tendenzialmente tecno, all’interno di luoghi isolati o fabbricati
abbandonati e possono durare fino ad una settimana.
L’obiettivo principale di queste manifestazioni musicali, completamente gratuite, era quello di far
valere la piena libertà degli individui che vi partecipavano.
Negli ultimi tempi l’Italia è divenuta una delle mete più ambite per gli organizzatori ed i partecipanti
dei rave party, in quanto carente di normativa che vietasse l’organizzazione di tali manifestazioni
sul nostro territorio. Infatti l’inghilterra prima e la Francia in seguito già avevano introdotto norme
con le quali vietavano riunioni senza permessi.
Questo fino a quando il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha presentato il decreto legge sui
rave party 2022 che ha introdotto un nuovo articolo, da aggiungere al Libro secondo, titolo
secondo del codice penale “dei delitti contro l’incolumità pubblica”, cioè l’art 434 bis c.p., con esso
si è istituita una nuova fattispecie di reato: “invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per
l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica”.
Chiunque organizza o promuove i rave party è punito con la reclusione da tre a sei anni e con la
multa da 1.000,00 a 10.000,00 euro, anche i partecipanti sono sottoposti alla stessa pena, seppur
diminuita. Inoltre, va specificato che la pena fino ai sei anni consente la disposizione di
intercettazioni, su chat o social nework, volte ad evitare l’organizzazione dei rave. Al comma terzo
è prevista la confisca “delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato […]
nonchè di quelle utilizzate nei medesimi casi per realizzare le finalità dell’occupazione”.
Tale riforma non è stata esente da critiche e dubbi, in particolare si teme la sua incostituzionalità,
in quanto non molto chiara e specifica sul comportamento costituente reato, essa discorre di
“invasione arbitraria di terreni o edifici altrui, pubblici o privati, commessa da un numero di persone
superiore a cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno”, ma non fa alcun riferimento ai rave
party ed inoltre non indica in maniera specifica gli estremi del reato, quindi i comportamenti
concreti che costituiscono il fatto illecito.
Potrebbero esserci diverse ipotesi di invasione di un suolo da parte di più di cinquanta soggetti,
pensiamo alle manifestazioni dei lavoratori o degli studenti; quindi per i critici della riforma, in tal
modo si andrebbe contro quanto previsto dall’art. 17 della Costituzione, cioè il diritto di riunione e
manifestazione pubblica. Invero, il dispositivo specifica che si deve trattare di raduni pericolosi per
l’ordine pubblico o la salute pubblica, pertanto, i sostenitori del decreto sottolineano che non vi
sarebbe alcun contrasto con il diritto costituzionalmente garantito dall’art. 17 della Costituzione,
quest’ultimo infatti prevede che: “i cittadini hanno diritto di riunirs pacificamente senza armi”; però,
come già detto, la fattispecie manca di tassatività , la nuova norma non indica in quali ipotesi
possa considerarsi pericoloso un raduno, in tal modo, secondo i critici, si darebbe amplio spazio
alla discrezionalità giudiziaria ed inoltre, sempre secondo gli oppositori, l’invasione arbitraria di
terreni altrui pubblici o privati già costituisce reato ex art 633 c.p.

Purtroppo, in realtà, da questa nuova riforma emerge un problema che va risolto nel nostro Paese,
è stato emanato l’ennesimo decreto legge. I decreti legge sono strumenti messi a disposizione al
Governo, il quale ricopre il potere esecutivo, mentre il parlamento quello legislativo ed i giudici
quello giudiziario. Poichè tra i principi cardine del nostro ordinamento vi è quello della separazione
di questi poteri, il Governo dovrebbe esercitare quello legislativo (che spetta al Parlamento) solo in

via eccezionale, in caso di emergenze che richiedono atti emanati con rapidità, in quanto il
procedimento legislativo ordinario, cioè quello svolto dal Parlamento, prevede tempi più lunghi. I
decreti legge diventano immediatamente esecutivi fin dal momento della loro pubblicazione in
Gazzetta Ufficiale, devono poi essere convertiti in legge dal Parlamento entro sessanta giorni, nel
caso in cui manchi tale conversione perdono efficacia ex tunc, cioè fin dal momento in cui sono
stati emanati, come se non fossero mai esistiti nel nostro ordinamento.
I decreti legge sono diventati uno strumento politico più che emergenziale, con essi vogliono
attuarsi i programmi di governo più che risoluzioni ad emergenze improvvise.

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